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Il fallimento nel mondo delle startup: un tabù già sfatato?

  • 6 Settembre 2019
  • Redazione
  • Punti di Vista

Il termine “fallire” porta con sé un’accezione piuttosto negativa, incorporando il presupposto che colui che esercita un’attività imprenditoriale e per qualsivoglia motivo non vede concretizzarsi i risultati auspicati venga bannato come “fallito”. Una sorta di marchiatura a fuoco di chi ha intrapreso un’iniziativa economica andata male e che, per il resto della sua vita, si porterà con sé questo disonore.

Il fallimento secondo la nostra giurisprudenza è disciplinato come lo stato perdurante di un imprenditore che non è più in grado di soddisfare le proprie obbligazioni. Certamente talvolta questa spiacevole situazione è causata da mala gestio dell’imprenditore o scarsa capacità di gestire l’azienda. Ma numerose altre volte il fallimento è dovuto al tentativo di intraprendere attività innovative, dirompenti sul mercato, che apportino un certo livello di progresso all’intero ecosistema. In questi casi il fallimento è il rischio intrinseco della novità e non deve essere assolutamente questo timore a scoraggiare tali iniziative.

Nel mondo delle startup ad esempio, questo concetto dovrebbe essere ancora più potenziato, poiché il fallimento non deve essere visto con un’accezione esclusivamente negativa ma sarebbe opportuno apprezzarne gli aspetti costruttivi, di crescita dell’imprenditore e dell’ecosistema in generale.

La chiusura di una società può far comprendere all’imprenditore errori nella definizione della struttura organizzativa, approcci al mercato da definire con più accuratezza e anche una gestione della cassa più oculata. Un soggetto che ha già sbagliato alcuni aspetti difficilmente persevererà nell’errore.

Il fallimento mostra a caratteri cubitali lezioni che il successo non può insegnare e può dare ancora più fiducia e determinazione all’imprenditore, oppure può comunicare esplicitamente che l’imprenditoria non è la strada idonea per quel soggetto. Inoltre, un’impresa innovativa che cessa di esistere può essere la scintilla per l’avvio di altre società che hanno colto il potenziale dell’innovazione, compreso le criticità che hanno portato alla liquidazione e ritengono di essere in grado di adoperare soluzioni alternative vincenti.

Pertanto, perché anziché l’austero termine “fallito”, non usare locuzioni come “colui che ha tentato” o “progetto non andato come sperato”?

Ironia a parte, anche il legislatore italiano ha recentemente aggiornato la normativa fallimentare sostituendo appunto al termine “fallimento” con il più morbido “liquidazione giudiziale”, come previsto dal nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (Decreto Legislativo 12 gennaio 2019, n. 14). Il concetto di base rimane invariato, ovvero una procedura finalizzata a liquidare il patrimonio dell’imprenditore insolvente ripartendolo in favore dei suoi creditori, tuttavia il legislatore ha preso atto che il fallimento ha ormai perso nel corso del tempo la sua mera connotazione di procedura volta essenzialmente ad espellere dal mercato l’imprenditore insolvente, gravato anche dal marchio della colpevole incapacità di corretta gestione degli affari.

Il mancato successo dell’iniziativa economica non è dunque considerato come esclusiva conseguenza di colpevole inettitudine o di attività fraudolente, ma quale possibile evento – in certo qual modo fisiologico – che può interessare un’attività intrinsecamente connotata dal rischio economico. Coerentemente con tale impostazione, non solo è stata confermata l’esclusione di qualsiasi sanzione automaticamente conseguente alla liquidazione delle attività, ma è stato anche modificato il titolo della procedura, da fallimento a liquidazione giudiziale appunto, in considerazione del luogo comune legato alla qualifica di fallito.

Nell’ecosistema delle startup questo tema è ben cruciale, poiché ogni iniziativa che apporta un’importante innovazione tecnologica detiene un rischio elevato di mancato successo. Questo però non dovrebbe precludere la possibilità all’imprenditore di avviare nuove attività alle quali poter apportare una sempre crescente esperienza e spirito critico di valutazione.

Chi crea una startup dimostra già un significativo coraggio e spirito di iniziativa per voler apportare un contributo innovativo all’intero tessuto economico: il tarparne le ali in caso di mancato successo per fattori esogeni o errori non fraudolenti equivarrebbe a perdere un prezioso spirito imprenditoriale che potenzialmente ha ancora molto da dare.

In Italia purtroppo non sono ancora molti gli startupper, coloro cioè che intraprendono un’iniziativa economica non volta a creare un piccolo, solido business della vita ma quei visionari che mirano a creare una meteora che “scali” (in gergo tecnico, cioè che cresca esponenzialmente in tempi brevi).

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di Leonardo Giagnoni, Investment Manager IAG