Ultimamente mi torna spesso in mente questo pensiero un po’ controcorrente. Non si adatta molto alla solita narrazione ottimista che i VC italiani raccontano a sé stessi. Non sto facendo grandi affermazioni, mi chiedo solo: c’è ancora spazio per giocare al seed in Italia, oppure i round più competitivi stanno lentamente diventando fuori portata?
C’è una certa tensione nella scena VC italiana di cui in realtà non si sente parlare, né nei panel né nei post su LinkedIn. Non riguarda il capitale, perché quello c’è in abbondanza. E non riguarda nemmeno i founder. La vera domanda, di cui pochi parlano, è se i fondi italiani abbiano ancora spazio per giocare al seed e oltre, oppure se questa finestra stia iniziando silenziosamente a chiudersi.
A prima vista, il pre-seed in Italia sembra stare bene. È un buon terreno di gioco per gli investitori locali. I round sono familiari, la competizione internazionale è limitata e la vicinanza conta. I founder che raccolgono il primo capitale istituzionale sono ancora legati a reti locali e danno più importanza alla velocità e alla fiducia che ai grandi nomi. Qui i VC italiani hanno un vantaggio chiaro: conoscono il contesto e raramente competono con fondi stranieri per questi round più piccoli.
Le opportunità pre-seed di altissima qualità in Italia sono ancora visibili, anche se non abbondanti, e quando emergono diventano rapidamente molto competitive, spesso spinte dalla FOMO del mercato. Per i fondi locali credibili, vincere questi deal è possibile, ma può creare una falsa sensazione di forza. Si potrebbe persino dire che entrare nelle migliori opportunità early-stage in Italia sia più facile che in ecosistemi più maturi. Non è una critica, è semplicemente la realtà di un mercato ancora in sviluppo.
Al seed, però, le cose cambiano: le startup iniziano a raccontare storie più solide, aumentano la traction e, soprattutto, guardano fuori dall’Italia. È lì che arrivano round più grandi, più attenzione su di te e network che si estendono oltre il contesto locale.Non sorprende che sia proprio qui che entrano in gioco i fondi stranieri, anche se non sempre in modo evidente o numeroso. Portano assegni più grandi, nomi riconosciuti e esperienza nel far crescere le aziende attraverso più fasi. Per un founder che improvvisamente gioca una partita più grande, il compromesso diventa chiaro: raccogliere 2–3 milioni localmente, oppure 5–8 milioni con un fondo che può anche guidare il Series A e aprire porte a Londra, Parigi, Berlino o negli Stati Uniti. Penso a nomi come JetHR, Sibill, Lexroom, Volta, Qomodo, Subbyx, Sizeable, Ephos e molti altri già annunciati o ancora in stealth.
Sta emergendo uno schema abbastanza chiaro, anche se pochi lo ammettono. Le migliori startup italiane, quelle con vero potenziale fuori scala, spesso escono dalla scena locale del funding quando arrivano al seed. Non la abbandonano del tutto, ma crescendo tendono a guardare oltre il mercato locale, esplorando un panorama di raccolta più ampio e competitivo.
I fondi locali sono bravi a individuare il potenziale iniziale. Danno ai founder una prima spinta, li aiutano a partire e si assumono parte del rischio. Ma quando queste opportunità crescono e aumenta il fabbisogno di capitale, l’attenzione si sposta naturalmente oltre l’ecosistema locale. Quando si tratta di scalare davvero, quando servono più capitali e la competizione si allarga, il centro di gravità si sposta altrove.Si può vedere tutto questo come una fase naturale di evoluzione. Gli ecosistemi richiedono tempo, ed è normale che il capitale internazionale entri in gioco man mano che le startup crescono. La domanda però resta: è una fase temporanea o sta diventando una caratteristica strutturale del mercato italiano? Perché se fosse la seconda, allora il ruolo del seed (e delle fasi successive) in Italia inizierebbe a sembrare meno un’opportunità e più un punto di passaggio, in cui i fondi locali partecipano, ma raramente guidano in modo decisivo.
Alcuni fondi italiani stanno cercando attivamente di riposizionarsi, raccogliendo veicoli più grandi, costruendo network internazionali e competendo in modo più aggressivo sui round seed. Alcuni ci stanno riuscendo. Ma la tendenza generale suggerisce che la scala conta ancora, ed è proprio sulla scala che molti operatori domestici sono limitati, per dimensione dei fondi, propensione al rischio e talvolta anche per un bias implicito verso ciò che è familiare.
Nel frattempo, i founder stanno diventando più sofisticati. Sono sempre più consapevoli che il capitale non è solo denaro, ma anche traiettoria. La scelta dell’investitore al seed è vista meno come una decisione finanziaria e più come un allineamento strategico. Chi può aiutarmi a raccogliere il prossimo round? Chi capisce il mio mercato oltre l’Italia? Chi ha già visto questo film?
Tutto questo non significa che non ci sia più spazio per il seed in Italia. Ma suggerisce che la natura di quello spazio sta cambiando. Non basta più “esserci” quando le aziende arrivano a quella fase. Competere al seed richiede sempre di più ambizione, connessioni e capacità di fuoco che vanno oltre ciò che ha tradizionalmente definito il panorama VC italiano.
In altre parole, l’asticella si sta alzando. E sono sicuro che, se sei un gestore di fondo, non vuoi essere quello che resta indietro.
Onestamente, se i fondi italiani non fanno un salto di qualità, il seed rischia di diventare solo un riscaldamento invece che l’evento principale. Le migliori startup guardano oltre l’Italia, e gli investitori locali hanno bisogno di ambizione, risorse e connessioni. È esattamente per questo che, insieme a IAG, abbiamo lanciato Eden Ventures per supportare lo 0,1% dei migliori founder italiani nella fase pre-seed e fare da catalizzatore per una nuova generazione di investitori pronti a competere a livello europeo. La scelta è semplice: guardare i migliori andarsene, oppure lottare per restare in partita quando conta davvero.
Riccardo Vanelli, IAG Investment Manager
