“Quante volte pensi all’Impero Romano?” È diventato un meme nel 2022. Negli Stati Uniti si è trasformato in un vero momento culturale: “my Roman Empire” come metafora di qualcosa che ti definisce e a cui pensi continuamente. Se gli americani pensano così tanto all’Impero Romano, figuriamoci noi. Per gli italiani, Roma rappresenta scala, ambizione, ingegneria, infrastruttura e visione globale. Rappresenta un’epoca in cui non osservavamo la storia: la stavamo scrivendo. Oggi quella eredità rischia di sembrare lontana. La attraversiamo camminando nelle nostre città. La studiamo a scuola.
Poi però il discorso si sposta su startup e venture capital e la narrativa cambia. Per troppo tempo abbiamo ripetuto l’idea che l’Italia non produca unicorni. Gli stessi due o tre nomi vengono riciclati in panel e articoli come se fossero gli unici esempi disponibili. L’ecosistema viene descritto come strutturalmente debole, cronicamente in ritardo, permanentemente indietro. Ma questa narrativa è incompleta. Con una semplice ricerca emergono decine di founder italiani che hanno costruito aziende miliardarie all’estero. In realtà, il numero è ben superiore a cinquanta founder italiani nel mondo che hanno costruito o co-costruito aziende di livello unicorn. Founder, non semplici early employees. La vera storia non è la scarsità di esempi. È la nostra tendenza a guardare solo quelli più ovvi. Si guarda il dito ma non la luna. Questa narrativa ignora una realtà molto più dinamica: il venture capital in Italia può essere arrivato tardi e lentamente ma la qualità imprenditoriale italiana ha continuato a vincere in silenzio in tutta Europa e oltre. Invece di lamentarci per il numero di unicorni “made in Italy”, dovremmo celebrare l’impronta globale del talento italiano.
Quello che faccio davvero fatica a capire è quanto raramente questi founder vengano raccontati nei media italiani. Com’è possibile che ci siano così poche interviste, così pochi podcast approfonditi, così poca attenzione su chi ha costruito aziende di scala globale? Da italiano, faccio fatica ad accettarlo. Se non raccontiamo noi queste storie, non possiamo lamentarci se la narrativa sul nostro ecosistema resta piccola. Se non studiamo e celebriamo i nostri migliori founder, stiamo artificialmente abbassando il nostro tetto di ambizione.
L’Italia non ha mai avuto un problema di talento. Nei secoli abbiamo influenzato arte, design, musica, scienza, ingegneria e industria. L’istinto a costruire non è scomparso negli ultimi vent’anni. Se mai, si è semplicemente spostato altrove. Guardando con attenzione, i founder italiani hanno costruito aziende venture-scale di grande rilevanza, anche se non sempre partendo da Milano o Roma.
Basta guardare alcuni nomi.
- Marco Cancellieri, co-founder di Trade Republic, oggi valutata oltre 12 miliardi di euro e con più di dieci milioni di clienti.
- Neri Tollardo, CEO e co-founder di Plata, banca digitale ad alta crescita in Messico, con miliardi raccolti e milioni di clienti serviti.
- Niccolò Perra, co-founder di Pleo, piattaforma europea leader nello spend management.
- Francesco Agosti, co-founder e CTO di Phantom, tra i wallet crypto più utilizzati al mondo.
- Carlo Gualandri, founder e CEO di Soldo, fintech londinese attiva in tutta Europa.
- Paolo Cerruti, co-founder di Northvolt, uno dei progetti industriali più ambiziosi nel settore delle batterie elettriche.
- Andrea Carcano e Moreno Carullo, co-founder di Nozomi Networks, portata fino a un’acquisizione miliardaria.
- Marco Ferrara, co-founder di Form Energy, attiva nello sviluppo di batterie di nuova generazione.
Questi nomi ci ricordano una cosa semplice: il DNA italiano è presente nel codice di molti unicorni, anche se la sede legale non è in Italia. La narrativa dovrebbe passare da “l’Italia non produce unicorni” a “l’Italia produce unicorn-makers”.
Con una popolazione di 60 milioni di persone, l’idea che non esistano 20 o 30 individui capaci di costruire aziende globali non è credibile. Le evidenze dimostrano il contrario: i founder italiani competono e vincono sui mercati internazionali. Perché allora molti sono dovuti andare all’estero per scalare? Per anni l’ecosistema italiano ha sofferto di scarsità di capitali di crescita e di una cultura più avversa al rischio. I fondi erano pochi, quindi i founder ambiziosi cercavano finanziamenti e partner altrove. A casa, burocrazia e un sistema educativo orientato alla “carriera sicura” hanno spesso limitato l’aspirazione imprenditoriale. I nostri talenti hanno risposto alla chiamata ma fuori dall’Italia. Il brain drain è stato la conseguenza naturale di un sistema che non offriva ancora infrastruttura adeguata.
Ma le condizioni stanno cambiando.
Sempre più fondi internazionali investono in startup italiane. Sempre più operatori che hanno costruito all’estero stanno tornando con esperienza, network e capitale. Sempre più giovani vedono la startup come una scelta seria, non come una deviazione irresponsabile. Una nuova generazione di VC ragiona in termini di venture (costruzione di portafoglio, power law, opzionalità di lungo periodo) non solo protezione del downside.
Culturalmente qualcosa si sta muovendo. Il prestigio automatico del percorso “sicuro” si sta indebolendo. Ownership, leva e ambizione tecnologica diventano più attraenti dei titoli. AI e tecnologie frontier stanno abbassando barriere e creando opportunità asimmetriche. Per la prima volta da tempo, ambizione e possibilità sembrano allineate.
Ed è esattamente su questa convinzione che si basa la tesi di IAG. Investiamo nel top 0,1% dei founder italiani nel mondo, ovunque decidano di costruire. Non siamo vincolati geograficamente. Non siamo limitati al mercato domestico. Sosteniamo i migliori founder italiani globali perché il pattern è chiaro: ai massimi livelli, la qualità imprenditoriale italiana è eccezionale.
E oltre a questi founder c’è un’onda ancora più grande che si sta formando. Centinaia di operatori italiani (ingegneri, product leader, early employee) lavorano oggi dentro unicorni globali. Stanno imparando cosa significa scalare davvero. Non vedo l’ora di mappare e analizzare questo livello, perché è da lì che arriveranno i miei prossimi investimenti.
Sono nato in Italia e non mi limito ad amare questo Paese: ci credo. Con tutte le sue contraddizioni, il suo caos e la sua bellezza. L’Italia ti forma. Ti affina il gusto. Ti costringe a essere ingegnoso sotto vincolo. Ti insegna resilienza sotto pressione. Te lo porti dietro ovunque vai. Per questo ho una convinzione assoluta: la prossima generazione di founder italiani costruirà aziende a una scala che non abbiamo ancora visto. Non per diritto acquisito ma perché talento, ambizione, capitale e mentalità stanno finalmente convergendo. È il momento di smettere di chiederci se sia possibile e iniziare a comportarci come se fosse inevitabile.
Quando mi chiedono “quante volte pensi all’Impero Romano?”, la risposta è semplice: sempre.
Perché costruire in grande non è qualcosa di estraneo alla nostra identità. È parte di chi siamo. Abbiamo già plasmato industrie, movimenti ed epoche. Possiamo farlo di nuovo, questa volta nella tecnologia, nel venture e nell’innovazione globale.
